Intervista a Roberta Zanella, communication strategist e copy

communication strategist web copywriterL’intervista di oggi vede protagonista Roberta Zanella, una delle professioniste della scrittura più polivalenti che conosca. Roberta è in effetti una communication strategist, una copy, una web copywriter, una blogger – potete seguirla su Copywriter Input – e anche un’imprenditrice, visto che è socia di una casa editrice che lavora con la scuola.

Intelligente, arguta e irriverente, Roberta è una persona con cui è davvero piacevole confrontarsi, e ve ne accorgerete leggendo l’intervista. Per me, è stata anche l’occasione per bombardarla di domande sulla scrittura per il web e sulla comunicazione online. Ne sono uscite una serie di considerazioni interessanti e di utilissimi consigli operativi. Se siete studenti che pensano di intraprendere un percorso professionale analogo a quello di Roberta, vi raccomando di leggere con attenzione questa intervista.

Non voglio rubarvi altro tempo, perciò cedo subito la parola a Roberta. Sentiamo quello che ha da raccontarci sul mondo del web visto dalla prospettiva di una professionista affermata nel campo della comunicazione.

 

Ciao Roberta, e grazie della tua disponibilità. Inizierei chiedendoti di parlarci un po’ di te: qual è la tua formazione? E da dove nasce la tua passione per la scrittura?

Ciao Alessandro, grazie a te. Ho una formazione “classica”, nel senso di “umanistica”: Liceo ginnasio e laurea in Archeologia greco/romana con specializzazione in Antropologia Culturale. Uscita dall’Università di Pisa ho frequentato un corso in “Marketing, Comunicazione e Organizzazione di Eventi” a Firenze. Un terzo storica, un terzo sociologa e un terzo markettara – passami il neologismo: questa sono io. Poche parole per riassumere tanti anni di studio e dedizione. Ma posso dirti? Mi sto annoiando: elencare titoli è un esercizio scomodo e fine a sé stesso, soprattutto in Italia.

Passo subito alla seconda domanda: la passione per la scrittura. Mi sono chiesta spesso da dove spuntasse, ma solo ultimamente ho trovato una risposta esauriente. Sono nata con l’inclinazione per la parola e ho imparato a sillabare ben prima di camminare (questo la dice lunga sulla pigrizia fisica che da sempre mi contraddistingue). Direi, quindi, che all’origine del mio percorso ci sia stata la necessità di comunicare e l’esigenza di farmi capire dal mondo esterno. Poi il destino ci si è messo d’impegno e mi ha regalato un nonno speciale: recitava grandi capolavori letterari come la Divina Commedia a memoria e sapeva trasmetterli in modo spaziale. Le serate estive passate ad ascoltare le sue “favole” hanno fatto il resto: bisogno di capire, leggere la verità sotto le righe e stimolare la curiosità sono tre dei motivi che mi hanno spinto a scegliere il percorso classico. È a lui – mio nonno Antonio, detto Toi – che devo l’origine della passione per la scrittura e dell’amore per la parola in tutte le sue forme.

 

Nella bio del tuo profilo Twitter ti definisci “Communication strategist on copy, web & artistic life”. Sicuramente è un modo originale e simpatico di descrivere il proprio mestiere. Dunque, qual è il tuo campo d’azione?

Ah! Grazie Alessandro. In realtà la mia bio è un modo confusionario per cercare di riassumere quello che si è già fatto e che si vuole fare in futuro. La difficoltà di Twitter è riuscire a trasmettere in pochi CIP CIP qualcosa che va bene ora, ma anche dopo; perché, si sa, le bio non si possono cambiare ogni tre per due: sono la nostra identità. Sai che si fa? Dividiamo la mia a metà, così riesco a spiegarla. Ti va?  🙂

Communication Strategist – Pianificare una strategia di comunicazione è l’ultimo anello di un piano marketing ben fatto. Ho avuto la fortuna di misurarmi con la “matassa” dentro la mia azienda, ma anche lavorando per altre realtà commerciali o per singole persone. E dico già che quel piano marketing ben fatto non c’è quasi mai. I mezzi a nostra disposizione sono conversazione, conoscenza della realtà e una buona dose d’intuito [per certe cose bisogna essere portati]. L’avvento del web ha cambiato il mercato e il modo di comunicare. Oggi sentiamo parlare di personal branding, engagement, interazione, conversione: tutte cose che toccano il singolo individuo, ma anche le piccole aziende a titolo personale. Tutte cose che riguardano la comunicazione e che si possono pianificare come prima, se pur in modo leggermente diverso.
Cambiano i tempi e, con loro, cambiano i mezzi. Un buon communication strategist investe nel futuro con uno sguardo al passato. E io sono un’avventuriera malinconica.

Copy e Web – Le parole copy e web sottolineano la differenza che c’è tra la scrittura stampata su carta (in inglese copy) e quella sul web. Dalla mia esperienza personale, trovo che questa differenza esista ancora e che la cosa comporti non poche difficoltà. Ho scritto manuali utente con tecnicismi soffocanti da aggirare con astuzia, flyers promozionali, lettere commerciali, summit per conferenze. Ogni differenza “stilistica” è amplificata sulla carta, anche a livello grafico. Basti pensare che, spesso, per rileggere e correggere un testo web stampiamo tutto su foglio: la percezione cambia e anche l’attenzione. Bisogna fare i conti con refusi, layout, dimensione del font, colore, nitidezza dell’immagine. La (ri)stampa non perdona e ha regole di forma(t) che vanno rispettate. Ecco, al copywriter tradizionale si chiede di redigere tutte queste cose e anche di più: manifesti, annunci stampa, documenti aziendali più tecnici (white paper, executive summary, lettere di avviso o di vendita ecc.). Faccio un esempio personale: tempo fa il Limes Club Padova mi ha chiesto d’impostare un A4 con l’ordine del giorno per una conferenza stampa. Il testo doveva essere chiaro, snello, invitante; e andava messo dentro una cartellina di presentazione. Credimi, per fare quell’elenco puntato in modo “graficamente” decente ho perso mezza giornata. Stampavo e trovavo sempre errori: orrore degli orrori.
La scrittura sul web è diversa: inutile negarlo. Qualche rimando al cartaceo resta, ma riguarda più il campo giornalistico che altro (basti pensare alla famosa “piramide rovesciata”). Certo, anche lo schermo ha le sue regole, ma si “gioca” su un piano diverso, che nella diffusione del contenuto ha risvolti travolgenti e inaspettati (come l’avvento dei social network). Al web writer – ahimè – si può chiedere di tutto: dalla redazione di un sito a quella di un blog, dall’impostazione di una newsletter al banner pubblicitario, dalla landing page alla scrittura di testi per Facebook, Twitter, Google Plus. Il panorama è confusionario e sconfortante, se si pensa che c’è anche la questione SEO e che esistono professionisti specializzati in ogni ambito, quando si vorrebbe trovare un tuttofare. Ma un punto fermo c’è e resta sempre quello, secondo me: scrivere in modo decente; senza non si fa niente, nemmeno il community manager o il digital PR.
La scrittura – per quanto ridotta sia sul web – è la chiave per stabilire una relazione. Non ce n’è.

Artistic Life – qui si sente la nostalgia per la laurea: arte = connessione fra le cose; e connessione fra le cose = creatività. Io scrivo molto di me, delle mie idee e del mio modo di vedere il mondo. Esprimere il nostro punto di vista, ha già un “che” di (orto)grafico. Ma la dicitura sulla bio si riferisce a un progetto futuro che ho nel cassetto da tempo e di cui parlerò – spero – presto.

E comunque Alessandro manca una parte della bio… quella dove dico che “scrivo per mangiare e ho sempre fame”. Vero. E penso che il concetto sia abbastanza chiaro, giusto?

 

Non posso che concordare. Ci descriveresti una tua giornata tipo?

Impossibile: sul piano cartesiano sarebbe un grafico che fa concorrenza al Monte Bianco.
Mi alzo sempre alla stessa ora, ma non so mai quella in cui mi sdraio.
L’unica certezza è che non torno MAI dall’ufficio prima delle nove.
In mezzo… il delirio.
Gestisco clienti – prendo appuntamenti – invio/rispondo alle mail – modifico manuali – improvviso il de-bug (sì faccio anche quello) – do assistenza – mi arrabbio/mi arrabbio/mi arrabbio – alla fine mi riprendo – vado nelle scuole – faccio formazione – organizzo e scrivo il nuovo sito – rispondo al telefono quando ce l’ho vicino – non rispondo mai al telefonino.
E, nel frattempo, porto avanti progetti di comunicazione, collaborazioni, blog, social e, soprattutto, rapporti stimolanti con le persone. Attenzione: non me la sto tirando e non sono wonder woman; ma i fatti vanno press’a poco così ogni di’; in-fatti, non ho figli e prima o poi mi ricovereranno.  🙂

 

Da più parti si sente dire che il 2014 sarà l’anno del content marketing. Tu che ne pensi?

Perché il 2013 non lo è stato?
A parte gli scherzi, l’ovvio successo del content marketing è diretta conseguenza di due fattori:

  • l’avvento dei new media nel panorama comunicazione
  • la conseguente trasformazione del mercato B2B in B&C.

Conversare è ormai verbo imperante, per cui vendere diventa l’ultimo step – non l’unico fine – del rapporto con il cliente. Se dovessimo spiegare il content marketing con le famose 5 dabliu, non basterebbero più; da tempo, infatti, è stata introdotta una sesta parolina che fa al caso nostro: “come” – how – aziende o singole persone conversano all’esterno. Creazione e condivisione di contenuti mirati sono l’imperativo del nuovo millennio; per la loro diffusione si usa qualsiasi mezzo a disposizione dal punto di vista formale e sostanziale. L’avvento del digitale è premessa e conseguenza di quello che sta succedendo.
Credo che la nuova frontiera, neanche troppo lontana, del content marketing sia una customer care ben organizzata. “Conversare” significa “trattenersi insieme agli altri”: un bel verbo, che sottolinea il cum-verso come qualcosa di comune. Il fine, in ogni caso, rimane quello di condividere per acquisire “clienti”; che si tratti di follower, lettori e/o acquirenti poco importa. I singoli freelance l’hanno capito da un pezzo; le PMI, invece, faticano un pochetto.
[Avevo letto distrattamente che la domanda fosse sul comment marketing: per fortuna ho letto male, perché ancora devo capire la differenza con la pratica dello spam. Quando commenti sul mio blog schiaffandoci tanto di link al tuo… spammi o non spammi? Ai lettori l’ardua sentenza!].

 

Domanda a bruciapelo: per quella che è la tua esperienza sul campo, le aziende hanno finalmente capito l’importanza dei contenuti di qualità oppure tutto è tragicamente come prima?

Rispondere a questa domanda, Alessandro, non è affatto semplice. Da persona che una piccola azienda ce l’ha, posso assicurarti che questo attacco frontale all’imprenditore medio è giusto solo in parte. Non è un buon periodo prima di tutto: pochi soldi, clienti insolventi, banche alle calcagna. Poi le variabili per capire se quei contenuti di qualità siano realmente utili all’azienda, sono molte. Tolta la prioritaria necessità di un sito Internet decente, tutto il resto dipende dal tipo di prodotto che si vende, ma anche – e soprattutto – dal target. Lancio una provocazione a chi ha voglia d’investire un po’ di tempo: spesso, prima di “educare” l’azienda, si dovrebbe “educare” il cliente sul fatto che il social network non è un parco giochi dove bivaccare con gli amici, ma anche uno strumento per informarsi e comprare. Credimi, questo l’utente medio fatica davvero a capirlo. E quell’utente è anche un potenziale cliente. Ne consegue che l’azienda X non investe sul mezzo, perché non trae beneficio dall’essere presente. Tante – tantissime volte – è così, lo dico per esperienza personale. Non dipende solo dal budget a disposizione o dal presunto bigottismo di chi gestisce. La comunicazione è un investimento a lungo termine e l’azienda è impaziente sui risultati: difficile farlo capire. In ultimo aggiungo il fatto che il web è pieno di sciacalli, che andrebbero combattuti dall’interno mettendo da parte l’ipocrisia. Ho molta fiducia nell’entrata di Google Plus tra i social network per far capire alle aziende l’importanza della loro presenza in Rete; perché – sai com’è – io “ci ho l’azienda al TOP nella SERP”. Credo che le persone abbiano compreso l’utilità dei contenuti di qualità; ma che la cosa non le tocca ancora abbastanza. L’Italia, Veneto in primis, è fatta di piccole realtà a livello familiare: figli, mamma, papà, qualche addetto qua e là. E tanti, bisogna capirlo, non sanno scrivere manco una mail.
Evangelizzare, alfabetizzare, educare il cliente e non stancarsi mai.
Allora forse, ma dico forse, ce la possiamo fare.  🙂

 

Di certo, ci staranno leggendo alcuni giovani studenti che un giorno vorrebbero scrivere sul web. Che consigli ti senti di dargli affinché partano col piede giusto, evitando gli errori tipici dei web copywriter esordienti?

Premetto che non amo dare consigli, ma lo farò solo per te.  🙂  [Scherzo, ovviamente].
Agli studenti dico semplicemente che nulla si fa senza inclinazione.
E per inquadrare l’inclinazione personale, tocca rompersi le ossa e sperimentare.
Poi vengono studio e dedizione.
Il web è network nel senso di “relazione”. Ci sono tante persone che fanno questo mestiere da cui poter trarre l’ispirazione iniziale. Ispirazione, non inclinazione. Creare rapporti basati sulla stima è il primo step.
Saper scrivere, poi, non è cosa da manuale americano: partirei da un buon libro di linguistica generale e di tecnica pubblicitaria. La nostra lingua è l’italiano. Solo in un secondo momento approderei ai vari guru d’oltreoceano. L’errore tipico dell’esordiente potrebbe essere quello di prendere alla lettera la solita frase “scrivi poco, scrivi semplice, scrivi il meno possibile” e di perdersi tra mille consigli “grafici”. Beh, come diceva il buon Picasso “prima di togliere, bisogna saper aggiungere”. Attenzione: non sto dicendo che la grafica non serve a niente e che il guru d’oltreoceano è un deficiente, ci mancherebbe: la vera comunicazione pubblicitaria nasce là e sempre là resterà. Dico semplicemente che comunicare è prima di tutto scrivere bene: poco o tanto che uno debba farlo, sempre quella è la premessa. Dall’americano impariamo la tecnica, piuttosto. Lo so, è noioso studiare fonologia e/o ricominciare a farlo in modo tosto: meglio spararsi qualche corso, prendere un attestato, leggere autorevoli blogs di settore; ma – lo dico anche contro il mio interesse – la domanda che uno si dovrebbe fare è questa: quanta gente sta facendo come me? E di quella gente, quanti arriveranno sicuramente? Dalla risposta obiettiva dipende il percorso. Per distinguersi bisogna conoscersi; per costruire, avere solide basi.
Altro consiglio che mi permetto di dare è semplice: filtrare sempre tutto con la propria testa. Ogni parola si adatta in modo diverso alla singola persona; difficile trovarne di universalmente valide. Comunicare sul web comprende varie cose. Basta organizzare la conoscenza in scaffali e capire quali “cassetti” riempire e con quali notizie: grafica – social – tecniche informatiche basilari – contenuti. Quando abbiamo chiaro il fine, integriamo le nozioni e cominciamo a scrivere sullo schermo.
Il rischio è quello di perdersi e fare confusione.
Scrivere è qualcosa che viene sempre da dentro e che si decide di mettere a disposizione degli altri. Il come, cosa, perché va cercato in modo costante ed è affare soggettivo. Il corso dedicato, se mi posso permettere, frutta qualcosa quando le idee sono chiare e siamo in cerca di ulteriori stimoli. E, soprattutto, è un valido mezzo per conoscere persone e fare networking di settore.

 

Tra le altre cose, sei anche una blogger. Come ho detto nella presentazione, sei l’autrice di Copywriter Input. Ci puoi parlare di questa tua esperienza nella blogsfera? E poi: secondo te, un blog è uno strumento davvero efficace per fare personal branding?

Copywriter Input nasce per scherzo.
Un giorno mi trovavo in ufficio e mi son detta: “Mah, vediamo un po’ se mi sparo ‘sto blog”.
Avrai notato che quel blog continua ad essere senza dominio.
BUUUUUUUUUUUUUUU VERGOGNA.
Vero, ma la discutibile perseveranza è dovuta a più fattori:

  1. Sono scaramantica e mi affeziono ai progetti originari.
  2. Nel momento in cui l’ho aperto il blog non era la mia attività principale.
  3. Ero curiosa di vedere dove potevo arrivare da sola: zero grafica, zero posizionamento, zero about me; e devo dire che il risultato mi ha fatto sentire sicura e mi ha dato un sacco di soddisfazioni.

Copywriter Input nasce senza pretese e/o secondi fini, quasi come un esperimento su me stessa. Tutto volevo fare, tranne che una “facciata professionale”. Poi le cose sono andate oltre le mie aspettative, forse proprio perché non ne avevo [colgo l’occasione per ringraziare tutte le persone che hanno trovato le mie parole interessanti]. Ho cominciato a pensare che potevo recuperare l’utilità di quel famoso corso in comunicazione a Firenze e investirci tempo serio (sottolineo: quello che mi fa tornare a casa tutte le sere non prima delle nove). Mi sono arrivate proposte interessanti, spesso rifiutate sempre per mancanza di tempo; e man mano ho deciso di collaborare con quelle che ritenevo valide e metterci più impegno.
Non amo i guest post, il comment marketing, i post a nomination multiple. Anzi, li amo solo quando sono sinceri e non “avviluppano” in una rete di favori.
La ragione è che, anche in questo caso, ho voluto mettermi alla prova DA SOLA e vedere fin dove potevo arrivare. Nonostante questo atteggiamento “di principio”, il web mi ha dato tanto; e la cosa bella è che me l’ha dato spontaneamente. Ho avuto modo di dare sfogo a una passione e di trovare un secondo lavoro, ma anche tante bellissime persone. Ormai siamo arrivati a un punto in cui una cosa è certa: devo inglobare il mio bloggino in qualcosa di più grande. So già cosa fare, ma c’è il tempo da trovare.
Sul personal branding ho appena scritto un post che mi ha spinto ad approfondire l’argomento. Complesso rispondere alla tua domanda. Direi che in linea di massima, la pianificazione strategica della presenza in Rete è qualcosa che prescinde dall’avere un blog e che riguarda tutti i mezzi che si usano per veicolare un contenuto, un’immagine, un modo di essere. Lo definirei uno strumento di “posizionamento” all’interno di un marketing mix rivolto alla persona. Spesso si confonde il personal branding con la quarta P (promotion), cioè con la possibilità di far conoscere le nostre competenze all’esterno e di trovare nuove occasioni lavorative. Perché? Certo, il blog è molto utile in questo senso, ma ciò non significa che debba essere brandizzato a tutti i costi. Facciamo un esempio per capirci meglio: io sono un’ottima cuoca e mi piace fotografare tutto il giorno la mia splendida cucina. Scrivo da Dio e convinco il lettore a seguirmi. In questo caso sto sfruttando un “curriculum a cielo aperto” per dimostrare – sul campo – quello che so fare. Ma non sto veicolando il contenuto attraverso la mia immagine personale; a meno che non si prenda per immagine tutto quello che gira intorno alla persona e che prescinde da questa. Ma – domanda – è corretto? In questo caso dovrei pensare che tutto è personal branding, anche la mia foto con il cane. Invece potrebbe esserlo solo se quel cane è inserito in un quadro preciso che permette di veicolare i miei contenuti.
A ogni parola il suo significato. Giusto?

 

Quali sono, a tuo giudizio, le qualità che deve possedere un bravo web writer?

Sorvolo sulla buona scrittura, ché mi pare sottintesa.
Direi:

  • duttilità
  • sensibilità
  • originalità
  • buon senso
  • gusto estetico
  • inclinazione riflessiva
  • capacità persuasiva, nel senso buono del termine
  • volontà d’immedesimazione con il pubblico e i suoi bisogni
  • osservazione profonda, soggettiva e mai banale delle cose
  • capacità di connessione tra cose diverse per arrivare a comporre e crearne di nuove.

In una parola: curiosità innata con tutto ciò che ne consegue.
E poi deve saper contare bene (fino a 10) e sfoggiare sorrisi diplomatici ad altissimi livelli.
Le ultime due qualità mi mancano, ma ci stiamo lavorando.  🙂

 

Ci daresti la tua definizione di “contenuti di qualità”?

Sorvolo, di nuovo, sulla correttezza grammaticale e la ritengo premessa indiscutibile.
Rispondere a questa domanda significa analizzare la questione da più prospettive diverse:

1. Quella del lettore – è lui che decide se un contenuto è o non è di qualità; e, questo lo voglio dire, l’apprezzamento del lettore non si vede dai numeri né dai commenti (ricordi il famigerato comment marketing e i suoi fini?); possono leggerti anche 3 persone al giorno, ma se sono di un certo livello o del tuo settore valgono più di mille X. Il contenuto di qualità è semplicemente quello che rimane in testa e dona qualcosa.
Non c’è una regola valida per tutti i lettori, sono troppi i fattori che incidono: cultura, educazione, interessi, inclinazione. Ma esiste un linguaggio universale, che tutti capiscono: l’amore profondo per quello che si fa – al meglio delle nostre possibilità, ovviamente. A me piace leggere contenuti originali, esaurienti, pertinenti e coerenti con quello che pro/premettono. Ho letto testi lunghi, brevi, semplici, complessi che ancora mi ricordo e definisco geniali. Questo per dire che, quando il talento c’è, la forma conta sempre fino a un certo punto.
E il talento è un qualcosa d’innato, che senti subito. Ci sono persone che mi ipnotizzano con frasi di tre parole; lo chiamerei personal branding inconsapevole e naturale. Insostituibile non trovi?

2. Quella dello scrittore – è lui che sa cosa vorrebbe comunicare; da scribacchina m’impegno semplicemente affinché i miei testi siano miei; e spero che il lettore colga quello che voglio dire, indipendentemente dal fatto che sia emozione, informazione, ironia, riflessione o semplice gioco di parole.
Trasmettere un concetto in modo coerente e corretto è il duro lavoro di un buon testo; per questo non mi piace imitare: io non tornerei a leggere quello che posso trovare altrove scritto meglio. Tu?

3. Quella del motore – la SEO si sta spostando verso il contenuto semantico; spiegare cos’è sarebbe troppo lungo. Diciamo semplicemente che un contenuto di qualità per il motore è quello che si fa riconoscere facilmente: circolarità, sinonimi, chiavi su titoli e sottotitoli, una buona descritpion e un tag title coerente con le richieste del lettore sono alcune delle premesse per farci notare dal nuovo Hummingbird; poi c’è la diffusione mirata sui social… ma qui diventa davvero troppo lungo il discorso.

 

Qual è il social network che preferisci e perché?

Twitter, perché mi alleno sulla sintesi e perché fa molto “ufficio stampa” [anche se poi mi lascio andare al barbaro uso da chat con i followers che adoro].
Google Plus, perché mi permette di gestire al meglio la community sulla scrittura creativa. Rispetto a Twitter ha dei limiti “pratici” secondo me: non funziona bene da tablet e non è specchio veritiero del target. Per ora G+ è molto frequentato da gente del settore, ma il contenuto dev’essere “fruibile” dal grande pubblico per avere un valore in termini di diffusione. Certo è vantaggioso saperlo usare, ma più dal punto di vista SERP. Almeno secondo me. Insomma, nel futuro vedo Google Plus come un social gestito da persone qualificate per conto dell’azienda in ottica di posizionamento sul browser; non per veicolare contenuti di massa o per un’ADS mirata. Staremo a vedere.
Sul punto “ricerca di mercato” Facebook mantiene il primato incontrastato a mio parere.
Ah, dimenticavo. Io lo uso poco, ma consiglio Instagram per un personal branding mirato: permette di veicolare forma e contenuto in modo diretto; la vita dell’individuo diventa reale e il pubblico vi partecipa attivamente. Da provare a chi interessa questo tipo d’approccio ad alto impatto “visuale”.

 

Hai qualche suggerimento da dare alle aziende affinché la loro presenza sui social network sia più efficace?

Sì, solo tre:

1. Sui social non si comunica il prodotto fine a se stesso, ma tutto il mondo che lo circonda: emozioni, esperienze, storie, persone, riflessioni. Se il prodotto è stato creato, la creatività può ricollocarlo al suo posto nel mondo. Non pensiamo al risultato finito: ripercorriamo le fasi di produzione dall’inizio e inventiamo una storia nuova, se necessario. Anche un chiodo può essere affascinante con la giusta comunicazione: provare per credere (che poi basta visitare la mia Community su G+ per capire che non sto bluffando).

2. I social network sono un ottimo strumento di assistenza e customer care a costo limitato rispetto ai classici software in commercio, oltre che di monitoraggio sull’opinione che i clienti hanno di noi; convinciamoli a seguirci, descrivendo loro i vantaggi e veicolando contenuti esclusivi sui nuovi mezzi (ricordi il discorso sul target da educare? Proviamo con cose tipo: questo servizio è solo su Facebook: iscriviti alla pagina).

3. I social network fanno entrare la tua azienda nella vita delle persone, sotto forma di conversazione diretta; un gran vantaggio per stimolare la vendita, ch’è invece negato ai mezzi tradizionali come radio e televisione.

Ecco l’ho detto.

 

C’è qualche libro o qualche sito sul web writing che ti senti di consigliarci?

Posso essere sincera? Non leggo un libro sul web writing da un secolo e rischio di cadere nella solita banalità (costruttiva per carità) di citare Annamaria Testa o Luisa Carrada. Siti ne conosco tanti e non voglio far torto a un picchio di nessuno. Bada, non è diplomazia: dico sempre la mia. Ma le persone brave sono più d’una e il danno sarebbe reale. Per essere super partes, direi che Marco Fossati e tutto quello che scrive siano un must: invidio tantissimo la sua semplicità sostanziosa. In pochi se la possono permettere.

 

Apprezzo molto il tuo stile ironico, che è un po’ il tuo marchio di fabbrica. Hai dei modelli a cui ti ispiri?

Assolutamente no, sono nata scema così; e, ti dirò di più, parto seria… ma poi mi perdo lungo il percorso.
Prima o poi comincerò a seminare mollichine di pane.
In ogni caso, grazie del complimento: “ironia” è una parola con un’etimologia e una storia impegnativa. Pensa che i nostri avi la consideravano una dote così importante da valutarla essenziale per il buon oratore.
Qualcosa di profondamente diverso dall’umorismo.
Qualcosa da insegnare, ma che – in parte – nasce spontanea.
In questa intervista, però, sono stata seria. O no?  🙂

 

Siamo in conclusione. Quali sono i tuoi progetti nel breve termine? E quelli nel lungo periodo?

Che il periodo sia lungo o breve poco importa: del “doman non v’è certezza”, diceva un saggio.
I miei progetti sono sempre gli stessi: ho imparato a “gettare avanti le cose” in modo graduale e a non darmi scadenze rigide se non quelle verso il cliente [inciso: mai fatto un vero piano editoriale… per dire]. Il lavoro quotidiano è pieno d’incognite, come la vita. Versatilità, duttilità e previsione dell’imprevisto (?) sono qualità che ho coltivato a fatica, perché di mio sarei un soldatino: la precisione mi dà sicurezza. Ma lavorare in proprio significa vivere nell’incertezza. E, forse, s’impara a vivere anche meglio.
Sicuramente devo finire il sito aziendale e pianificare la gestione dei social per la promozione del nuovo registro elettronico: il lancio di un prodotto è sempre la fase più lunga e faticosa, ma anche la più stimolante a livello strategico.
Poi mi concentrerò sulla vendita con l’organizzazione di una rete commerciale tradizionale. Valuterò l’uso di Facebook per attirare potenziali clienti sul sito e “raccontargli” un nuovo modo di fare scuola digitale. Ma – ricordi il discorso iniziale sulle aziende? – il mio target non vive affatto bene il social network. Tanti Dirigenti Scolastici lo guardano con occhio bieco; i docenti creano gruppi dedicati per scambiarsi opinioni e non amano le interferenze. Il mio intento è quello di entrare in punta di piedi per instaurare un dialogo “partecipativo” e, attraverso quello, veicolare innovazione e possibilità.
Quando tutto sarà al posto giusto, mi piacerebbe organizzare interventi in aula sul mezzo digitale: le scuole interessate ci sono già, per cui il web sarà un ottimo “bacino” da cui pescare per trovare professionisti in grado di darmi una mano.
Mi hanno chiesto di tenere alcune lezioni sulla scrittura professionale e ho deciso di accettare.
In programma ci potrebbe essere anche qualche corso privato, ma dovrò valutare.
In mezzo a tutto questo, infilato un po’ qua e un po’ là, devo pianificare la mia presenza in Rete: nuovi mondi da comunicare e blogs in sottodominio; sì, ho usato il plurale… i blogs saranno due.
Ricordi l’accenno all’artistic life?
Ecco, quello.  🙂

Ciao Ale e grazie per avermi ospitata.
[Le interviste mi piacciono un sacco, ché mi posso raccontare senza filtri; è per questo che ti ringrazio].

 

Ringrazio Roberta per questa bella e simpatica chiacchierata, così ricca di spunti di riflessione. Vi ricordo che potete seguire Roberta non solo su Copywriter Input, ma anche sulla pagina Facebook del blog e sui suoi profili personali su Twitter e Google+.

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