Intervista a Isotta Pieraccini, blogger di Dis.agree

intervista blogger isotta pieraccini

L’intervista di oggi è a Isotta Pieraccini, una ragazza toscana che, nonostante la giovanissima età, si è laureata in Scienze della comunicazione e sta per laurearsi in Scienze politiche. Isotta è anche l’autrice di Dis.agree, un interessante blog dedicato alla comunicazione e, in particolare, alla comunicazione politica, all’analisi di fatti d’attualità, alla semiotica e al web 2.0. E proprio su questi temi verterà l’intervista che leggerete.

Come spesso succede a chi naviga sul web, ho scoperto Dis.agree più o meno per caso. Cercavo delle informazioni un po’ tecniche su alcuni aspetti della comunicazione e, cliccando su un link di Google, sono arrivato a un post del blog di Isotta. Quello che ho potuto leggere mi è piaciuto così tanto che, da quel momento, sono diventato un assiduo lettore di questa blogger, che è obiettivamente una persona che ha molto da dire e che sa raccontarlo con le parole giuste.

Ma adesso lascio direttamente la parola a Isotta. Sentiamo un po’ che cosa ci racconta sulla sua esperienza di blogger e, più nello specifico, sulle sua passione per tutto ciò che riguarda la comunicazione, la politica, la semiotica e quello straordinario mezzo di condivisione delle informazioni che è il web.

 

Ciao, Isotta, e grazie per la tua disponibilità. Inizio chiedendoti di parlarci un po’ di te: qual è la tua formazione? Da dove nasce la tua passione per la comunicazione?

Quando parlo di comunicazione mi piace sempre partire dall’assunto del grande teorico della comunicazione Paul Watzlawick, il quale, dopo svariati studi, arrivò alla conclusione che «è impossibile non comunicare». Ed è proprio così! Anche quando stiamo in silenzio, c’è sempre qualcosa che parla per noi: il nostro sguardo, la nostra gestualità, i vestiti indossati, la prossemica, la postura, l’espressione del viso ecc. Ecco perché mi sono da sempre interessata alla comunicazione. Perché questa è alla base di tutte le relazioni interpersonali, è il motore del mondo, fin dalle sue origini. Amo tutto ciò che riguarda la comunicazione e il suo studio, è un campo interessante quanto affascinante. Così, dopo aver concluso gli studi al liceo (indirizzo linguistico) ho deciso di dedicarmi a qualcosa che mi appassionasse sul serio. Mi sono iscritta all’Università degli Studi di Bologna e, in tre anni, mi sono laureata in Scienze della comunicazione, corso fondato da Umberto Eco. Nel 2011, anno in cui ho conseguito la laurea, ho svolto anche uno stage presso la Casa Editrice Persiani. Un’esperienza splendida e indimenticabile che mi ha fatto conoscere i libri (altra mia grande passione) in ogni loro aspetto: un percorso che parte dalla penna dell’autore alle bozze del redattore e alle macchine del tipografo, fino ad arrivare agli scaffali di librerie e biblioteche o alle schermate sul web. Dopodiché mi sono iscritta alla facoltà di Scienze Politiche a Firenze, corso di laurea in Comunicazione strategica. Adesso mi mancano pochi passi al traguardo finale per ottenere la tanto agognata laurea magistrale con una tesi che riguarderà l’analisi del linguaggio politico attuale in Italia. Attualmente collaboro con 055firenze.it, testata giornalistica online che racconta la cronaca, gli eventi e le curiosità della città.

 

Quando hai avuto l’idea di creare un blog e perché l’hai chiamato Dis.agree?

L’idea di creare il mio blog, Dis.agree, mi è venuta quando ho iniziato a scrivere per 055firenze.it. Scrivendo diversi articoli ogni giorno su un giornale online, ho pensato che, con l’andare del tempo, si sarebbero persi. Sì insomma, non è un quotidiano cartaceo che puoi conservare nella libreria del salotto di casa! Così ho deciso di raccogliere alcuni dei miei articoli su un blog, in modo che fossero catalogati per permettere una rapida ricerca a chiunque fosse interessato. Naturalmente, visto la mia passione per la comunicazione, ho deciso di raccogliere nel blog tutto ciò che avesse a che fare con la materia: dalla comunicazione 2.0, a quella politica, dalla comunicazione di massa alla semiotica. Poi questa idea iniziale si è sviluppata ed è diventata il blog che vedete oggi.
Amo esprimere le mie idee e soprattutto mi piace condividerle con gli altri. Ecco qui che siamo arrivati al significato del nome del blog. Dis.agree, che in inglese significa “dissentire”, “non essere d’accordo”. Però, nella parola ho messo un punto per aggiungere anche il contrario di disagree, ovvero agree. Essere d’accordo, per l’appunto. L’auspicio, dunque, che mi ero preposta fin dall’inizio era quello di creare una discussione costruttiva, un confronto di idee, un dibattito su tutti i temi che avrebbero fatto parte del blog. Che si sia concordi o discordi con ciò che scrivo, l’importante è avere un’opinione e far sentire la propria voce. L’ispirazione per questo nome è arrivata dalla canzone Society di Eddie Vedder (un verso recita così: «I hope you’re not angry if I disagree») di cui consiglio a tutti l’ascolto.

 

La tua grande passione per la comunicazione è evidente. Per esempio, in Dis.agree parli di attualità, di politica, di semiotica e di web 2.0. Ma c’è un argomento che ti interessa più degli altri e su cui preferisci scrivere? Se sì, perché?

Sì, c’è un argomento che più mi attrae rispetto agli altri: la comunicazione politica, lo studio del rapporto tra politica e cittadini e l’influenza che i nuovi media hanno su questi. Mi piace capire i rapporti che legano il politico all’elettore e farne un vero e proprio caso di studio con le sue regolarità che ogni volta ritornano caso per caso. Proprio per questo è possibile analizzare il linguaggio politico della Prima Repubblica rispetto a quello secolarizzato del nostro tempo, è possibile trovarne le differenze e da qui tirare le somme per definizioni e categorizzazioni. Come ad esempio ho fatto qui, nel quadrato semiotico del linguaggio politico. Ecco, questo mi permette di aggiungere che ciò amo particolarmente è la comunicazione politica unita alla semiotica, disciplina che ho studiato a Bologna. Secondo l’Enciclopedia Treccani la semiotica è la «scienza generale dei segni, della loro produzione, trasmissione e interpretazione, o dei modi in cui si comunica e si significa qualcosa, o si produce un oggetto comunque simbolico». La semiotica è una disciplina applicabile in molti campi: dalla politica, ai nuovi media, dagli articoli di giornale fino alle pubblicità della televisione. È quindi possibile analizzare il linguaggio dei nostri politici sotto uno sguardo semiotico e scoprire così le principali tendenze della comunicazione politica attuale.

 

Aprire un blog significa anche confrontarsi con la tecnologia: l’HTML, WordPress, la SEO ecc. Com’è stato il tuo impatto con questo lato della vita del blogger? Hai avuto difficoltà? Come le hai superate?

In realtà non ho mai avuto grosse difficoltà. Ho studiato il linguaggio HTML durante il corso di informatica fatto all’università e la piattaforma WordPress ho imparato ad utilizzarla in brevissimo tempo. Anche l’ottimizzazione per Google per far in modo che il blog sia indicizzato e rintracciabile dal motore di ricerca è un processo molto semplice su WordPress. Non bisogna far altro che inserire i tag, le parole chiave del post da pubblicare e il gioco è fatto! Poi, ovviamente, il resto del lavoro tocca te: un titolo accattivante con le keyword al suo interno, i grassetti nel corpo del testo, la creazione di pagine social, link in entrata da altri siti ecc. Niente che non sia alla portata della nostra generazione di nativi digitali!

 

Mi piace molto il tuo modo di scrivere, perché riesci a fondere chiarezza espressiva e profondità d’analisi. Non è da tutti saper scrivere chiaro parlando di argomenti impegnativi. A tuo giudizio, quanto è importante la chiarezza per un comunicatore? E poi: la chiarezza si può imparare oppure è un dono?

Sicuramente la chiarezza e la semplicità espositiva sono doti essenziali per un comunicatore, soprattutto se ha un blog letto da altri utenti: più il messaggio deve andare lontano, più deve essere semplice. Probabilmente la chiarezza è una qualità innata, è uno stile spontaneo che hai o che non hai. Ma si può anche apprendere acquisendo competenze e tecniche: ciò significa che se comunicatori si nasce, esperti comunicatori si diventa. Fin dalle scuole medie ho imparato a usare questo stile essenziale, comprensibile a tutti, chiaro, semplice, senza discorsi contorti. «Non siate avari di punti» diceva il mio professore. È come un mantra, una formula magica che mi ha accompagnato fino ad oggi. Quando si vuole comunicare qualcosa è essenziale tener presente che dall’altra parte c’è sempre qualcuno che ci ascolta e che deve riuscire a comprendere e decodificare il nostro messaggio. Per questo, per comunicare in maniera efficace, i manuali propongono di verificare sempre la presenza delle 7 C della comunicazione: credibilità (fiducia nei confronti dell’emittente del messaggio), contesto (un buon programma di comunicazione deve uniformarsi alla realtà dell’ambiente sociale al quale si rivolge), contenuto (il messaggio deve avere significato per chi lo riceve, deve cioè interessarlo), chiarezza (espositiva), continuità (la comunicazione non deve essere discontinua, la ripetizione contribuisce a far memorizzare fatti e opinioni), canali (è bene usare canali già conosciuti, nei quali il pubblico abbia fiducia), capability of audience (occorre sempre tener presente il grado di ricettività del pubblico, il suo livello culturale o di specializzazione, altrimenti si rischia che la comprensione del messaggio non vada a buon fine).
A tutto questo si va a sommare la regola delle 3 C della comunicazione del futuro nell’era dei social network: condivisione, comunità e conversazione.

 

Un problema della politica è sempre stato il suo linguaggio molto lontano dal parlato. Molti si lamentano del fatto che i politici, quando parlano o scrivono, non sempre sono chiari. L’uso del cosiddetto “politichese” è un espediente comodo per sottrarsi alle proprie responsabilità? Si tratta di qualcosa di inevitabile a cui ci dobbiamo rassegnare oppure sta cambiando qualcosa?

Attualmente stiamo vivendo una trasformazione del linguaggio politico. Siamo ormai lontani dalla comunicazione della Prima Repubblica degli anni Cinquanta quando i politici si esprimevano con termini desueti, con un linguaggio complicato e oscuro. Politichese con tanti giri di parole, aria fritta, “supercazzole” e niente di concreto. Via via questo modo di esprimersi tende a scomparire dal nostro scenario. Oggi i politici preferiscono un linguaggio più semplice, chiaro e diretto, che raggiunge tutti i tipi di audience. In questo senso sono di gran lunga aiutati anche dai mass media che ormai dettano l’agenda giornaliera dei fatti e contribuiscono a delineare l’arena politica odierna (ben rappresentata dai talk show). Ovviamente anche i social network fanno la loro parte: la maggior parte dei politici pubblica post su Facebook o comunica tramite i 140 caratteri di Twitter. Ed ecco che sempre più spesso i politici si adeguano alle logiche mediatiche e pubblicitarie e parlano per slogan, luoghi comuni, giochi di parole, frasi a effetto. Un esempio su tutti Renzi che usa un linguaggio nuovo, diverso e dinamico. Altri invece addirittura prediligono il turpiloquio, l’invettiva, l’insulto. Ad esempio l’eccesso di Grillo o il “celodurismo” bossiano. Non parole pacate, ma grida e urla. Come se chi urlasse di più avesse più potere. E questa è la deriva della comunicazione politica. Un po’ come se questo modo di parlare riflettesse l’attuale crisi della politica italiana.

 

Tra i lettori di questa intervista ci sarà di certo qualche studente che ha un percorso universitario simile al tuo. Gli consiglieresti di creare un blog come hai fatto tu? Più in generale, come può un blog aiutare uno studente di comunicazione? È una palestra di scrittura? Aiuta a confrontarsi con un pubblico? È un modo per fare personal branding? Che altro?

Hai detto bene! È una palestra di scrittura! Ma non solo. Scrivere su un blog è un modo per condividere pensieri e idee o far nascere nuove collaborazioni o amicizie. Inoltre, ti permette di specializzarti davvero in qualcosa, come nel mio caso. Ho preso un tema che da sempre mi è interessato e che ho sempre studiato per ampliarlo e condividerlo con molti utenti, esperti e non dell’argomento. Certo, esistono anche i blog generalisti. Ma la mia opinione è che questo tipo di blog funziona solo con le persone famose che hanno moltissimi follower e che vengono considerati veri e propri influencer per i loro fan.
È utilissimo confrontarsi con altri utenti, in particolare perché è utile trovare riscontri su quelle cose di cui hai sempre studiato la teoria, ma non le ha mai messe in pratica. Finalmente, grazie al blog, sono riuscita a mettere in pratica tutto ciò che ho studiato sui manuali dell’università. È davvero rassicurante sapere che, dopo tutti questi anni spesi in facoltà, la teoria ti permette di arrivare a qualcosa di concreto.
Last, but not least: avere un blog aumenta molto l’autostima in se stessi. Dunque consiglio a tutti, soprattutto agli studenti come me, di cercare di ottimizzare il proprio tempo libero e aprire un blog.

 

Una curiosità. Albert Mehrabian, in uno studio del 1972, ha evidenziato che, quando parliamo con qualcuno, la nostra comunicazione è al 38% paraverbale – cioè riguarda l’intonazione e la modulazione della voce –, al 55% non verbale – cioè riguarda la postura del corpo, i gesti della mani, l’abbigliamento ecc. – e solo al 7% verbale – che rappresenta il messaggio vero e proprio. Ma è davvero così? Davvero possiamo influenzare gli altri non tanto attraverso le cose che diciamo, ma attraverso il modo in cui le diciamo?

Assolutamente sì. Le parole solo in apparenza sono neutrali. Tutto può influenzare un messaggio, dal tono di voce, alla postura, dalla mimica facciale alla gestualità e alla prossemica (ovvero la disposizione del corpo nello spazio in relazione agli altri). Infatti, non di rado, come comunichiamo è più importante di ciò che intendiamo comunicare. È il comportamento non verbale che fornisce informazioni quando non è utilizzabile la parola e sono prevalentemente non verbali le modalità attraverso le quali si realizza l’espressione spontanea delle emozioni e la comunicazione degli atteggiamenti. Quindi ricordate che non solo ciò che diciamo può influenzare il vostro interlocutore, ma anche come lo diciamo. L’influenza può poi riguardare sia il livello emotivo, cioè facendo leva sui sentimenti di chi ci si sta di fronte, sia il livello pragmatico, ovvero possiamo indurre l’altro a compiere un’azione (è il caso dei politici che cercano di influenzare le masse al fine di ottenere un voto).

 

Ci hai spiegato che sei anche un’appassionata di semiotica. Non è così frequente sentir parlare di questa disciplina. Puoi farci qualche esempio di semiotica nella nostra vita quotidiana e illustrarci perché è importante?

Come ho detto prima, è possibile applicare la semiotica a molti campi della vita quotidiana. Facciamo l’esempio di uno spot pubblicitario, quello dell’Enel. La compagnia elettrica ha utilizzato l’hashtag #guerrieri per definire il popolo italiano, ormai stremato dalla crisi economica e dalle difficoltà della vita che deve affrontare ogni giorno (guardate qui lo spot). Purtroppo, l’operazione marketing dell’Enel è stata un grande “epic fail” e, grazie all’aiuto dei social network, gli utenti della Rete si sono scatenati con battute, attacchi, prese in giro e contestazioni di ogni genere («i veri guerrieri sono quelli che devono pagare la bolletta più cara d’Europa e sono in cassa integrazione»). Perché la campagna non ha funzionato? Innanzitutto perché ha utilizzato la retorica del guerriero, che in semiotica si potrebbe chiamare isotopia della guerra. Ha fatto uso quindi termini negativi (in semiotica si dice che sono connotati in maniera disforica). La retorica del guerriero allontana dalla realtà quotidiana che non ha nulla di epico, a differenza dei toni enfatici dello spot. Ci voleva più umiltà nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle persone. La comunicazione tra Enel e consumatore doveva essere peer to peer, cioè sullo stesso piano (in semiotica quando un “io” si rivolge a un “tu”ciò si dice débrayage enunciazionale).
Insomma, questo è solo un piccolo assaggio di come si può utilizzare la semiotica anche nella vita di tutti i giorni e, pure mentre stai guardando la tv in totale relax, ti accorgi come questa disciplina abbia permeato ogni campo sociale. Infatti, con il solito metodo che ho utilizzato per la pubblicità Enel, è possibile analizzare quadri, articoli di giornali, canzoni, interi libri o addirittura prodotti per la casa. La semiotica è ovunque e una volta studiata, guarderai tutto con sguardo semiotico… non te ne libererai più!

 

Ci consiglieresti un paio di libri sulla comunicazione che hai trovato davvero formativi? Due libri che, in altre parole, ci possano dare alcuni strumenti per leggere la realtà in maniera più precisa.

Due libri che ho trovato davvero interessanti sono SpotPolitik. Perché la casta non sa comunicare di Giovanna Cosenza, professoressa di semiotica che ho avuto all’Università di Bologna, e Le parole sono importanti. I politici italiani alla prova della comunicazione di Gianluca Giansante, consulente di comunicazione politica. Se invece siete interessati alla comunicazione 2.0 vi consiglio Twitter Factor. Come i nuovi media cambiano la politica internazionale di Augusto Valeriani. Infine, Non pensare all’elefante! di George Lakoffe è un libriccino che andrebbe fatto leggere a tutti i nostri politici italiani, poiché mette a confronto la comunicazione di repubblicani e democratici statunitensi, ma la situazione è facilmente paragonabile alla nostra.

 

Ti faccio una domanda un po’ scomoda, ma chi meglio di un’esperta di comunicazione come te può rispondere? La domanda è la seguente: come possiamo smascherare quei comunicatori che sono mossi da fini non proprio etici? Esistono cioè dei campanelli d’allarme che ci possono far capire che la persona che stiamo ascoltando o leggendo è in malafede?

Sicuramente se si tratta di una comunicazione face to face sarà molto più semplice smascherare il comunicatore in malafede. Questo perché è possibile trovare le differenze tra il detto e il non detto, cioè tra il piano verbale e il piano non verbale, tra quello che dice e quello che lascia intendere. Se invece il processo comunicativo avviene in tempi diversi e non si ha compresenza fisica, la questione è più complicata. A questo proposito ci viene in aiuto la semiotica. Ad esempio, leggendo un articolo di giornale, ci sono sempre degli elementi che ci permettono di capire un cattivo comunicatore. Uno su tutti è lo stile utilizzato dal giornalista. Si dice stile oggettivante la tendenza a fare riferimento ai fatti obiettivi mantenendo una posizione di distacco rispetto agli eventi accaduti. Questa “strategia della distanza” cerca di oggettivare il caso massimizzando la trasparenza enunciativa e aumentando la distanza tra chi parla (voce del giornale) e chi ascolta (lettore). Invece uno stile soggettivante si ha quando il giornalista proietta nel discorso parte della sua identità, ovvero quando si manifesta in modo più marcato ed esplicito, esprimendo anche emozioni personali. In questo caso la verità di un fatto è un effetto di senso, cioè è la costruzione di un discorso che ha come funzione non il dire il vero, ma farlo sembrare. Lo scopo è quello di ottenere l’adesione del destinatario a ciò l’emittente veicola. È come se il giornalista plasmasse il lettore e lo convincesse che la sua visione della realtà sia non solo la migliore, ma inevitabile. E se un giornalismo fatto di verità, imparzialità, neutralità e obiettività esiste ancora, allora è assai lontano da quest’ultima strategia.

 

Per finire: quali sono i tuoi progetti professionali nel breve periodo? E nel lungo?

Chi mi conosce bene dice che sono pessimista. E forse un po’ lo sono. Spesso il bicchiere mezzo pieno mi rimane difficile da vedere e sono fermamente convinta che vada bevuto un sorso per volta, a piccole dosi. Non è facile rispondere a questa domanda. Nel breve periodo spero di continuare questa attività di scrittura, sia sul mio blog che sugli altri siti con cui collaboro.
Ho invece difficoltà a dire cosa ho intenzione di fare nel lungo termine. Posso dire cosa NON ho intenzione di fare. Ad esempio non vorrei rimanere in Italia per sempre. Mi piacerebbe viaggiare, visitare posti, conoscere persone, fare nuove esperienze, perfezionare il mio inglese. E questo spero proprio che accada prima o poi. Come dite?! Sarò l’ennesima italiana all’estero? Può darsi, ma ricordatevi che «un pretesto per tornare bisogna sempre seminarselo dietro, quando si parte». E allora sì che quando tornerò avrò una storia e qualcuno a cui raccontarla.

 

Ringrazio Isotta per il tempo che mi ha dedicato e per la bella intervista. Il mio invito a voi lettori – e in particolare a quanti tra voi sono studenti universitari che condividono la stessa sua passione per la comunicazione – è quello di continuare a seguire Isotta su Dis.agree!

Loading Facebook Comments ...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*