Intervista a Mirko Saini, LinkedIn expert e digital strategist

Mirko Saini LinkedIn expertSecondo le più recenti statistiche, LinkedIn è oramai uno dei social network più diffusi a livello planetario. A quanto pare, la piattaforma specializzata nel creare reti professionali sta per abbattere il muro dei 400 milioni di utenti iscritti. Un dato veramente notevole, non c’è che dire.

E altrettanto notevole è il coinvolgimento che LinkedIn riesce a creare tra i suoi utenti. Vi ricordate i tempi in cui, pur avendo un profilo su questo social, ci connettevamo una volta ogni tanto, quasi per sbaglio? Ecco, oggi è cambiato tutto. LinkedIn è una piattaforma sempre più animata, in cui milioni di professionisti pubblicano contenuti e partecipano a discussioni, quotidianamente.

Insomma: questo social è ormai uno strumento di lavoro indispensabile, capace di fare la differenza per qualsiasi professionista e per qualsiasi realtà aziendale. Ed è per questo che ho deciso di intervistare Mirko Saini, un grande esperto di LinkedIn e titolare di Webcentrica, agenzia di web marketing bresciana. Mirko è la persona giusta per presentarci le potenzialità della piattaforma e per darci tutta una serie di consigli su come sfruttarla.

Quindi, lascio subito la parola al nostro ospite. Sentiamo direttamente dalle sue parole quali sono le indicazioni per creare un profilo vincente su LinkedIn e per fare marketing efficace attraverso questo social.

 

Ciao Mirko, e grazie della tua disponibilità. Inizierei la nostra chiacchierata chiedendoti di raccontarci qualcosa di te. Per esempio, qual è la tua formazione? E qual è il tuo percorso professionale?
Ciao Alessandro, grazie innanzitutto della tua ospitalità. Se ora penso alle circostanze buffe (o tragiche) che ci hanno fatto conoscere mi viene un po’ da sorridere. Ma andiamo avanti, che è meglio. 😉
Che dire di me? Cercando si sintetizzare 19 anni di carriera professionale, potrei cominciare dicendoti che la dividerei in due parti: la prima dedicata alla comunicazione analogica (cartacea direi) e la seconda a quella digitale. Un paio di anni fa, ho infine deciso di rispolverare il mio profilo LinkedIn e, intuendo le grosse potenzialità del mezzo, ho deciso di studiarlo per farne uno dei principali strumenti per la promozione di me stesso. Da lì poi, in modo abbastanza naturale, è arrivato il mio ruolo di trainer e di formatore sulla piattaforma.

 

Più in generale, da dove nasce la tua passione per il web?
Guarda Alessandro, anche quando la mia attività professionale era strettamente legata all’analogico, ho sempre visto il web come lo strumento ideale per ovviare a due problemi con cui quotidianamente lottavo: i costi da ridurre e la necessità di espandere il bacino di pubblico per le attività che gestivo o per i clienti che curavo. Ho sempre cercato di traghettare – o perlomeno di affiancare – a ogni mio progetto analogico una soluzione digitale. È stato così quando ho lavorato nel settore del direct marketing, quando sono stato direttore commerciale di testate freepress e fino alle più recenti esperienze professionali. Sono sempre stato convinto che il web fosse la soluzione ai problemi che quotidianamente devi affrontare quando gestisci budget modesti, tipici delle realtà medio piccole italiane.

 

Siccome sei uno dei più validi esperti nazionali di LinkedIn, ne approfitto per farti un po’ di domande. Cominciamo da qui: sono ancora tanti i professionisti italiani che ignorano o sottovalutano le potenzialità di questa piattaforma?
Sì, assolutamente sì. E sinceramente, se posso aspettarmi questo da un professionista in generale, alcune volte rimango sorpreso da come ancora venga poco considerata dai nostri colleghi. Non è una critica. Chiaramente io sono di parte e di certo qualcuno potrebbe muovere a me la stessa critica se, invece di LinkedIn, si sposta il focus su un altro social. Però, se oggi operi in un mercato B2B o B2C caratterizzato da un target professionale medio alto, credo che tralasciare LinkedIn sia un grave errore.

 

Interessante quello che affermi. Puoi approfondire il perché dovremmo avere un profilo su LinkedIn e magari partecipare attivamente alle discussioni delle community del nostro settore?
Tra i vari motivi che potrei citarti, voglio qui concentrarmi su due. Il primo: LinkedIn è costruito per dare massima rilevanza al nostro “io professionale”. Oggettivamente, non c’è social dove sia possibile trovare gli stessi strumenti presenti in LinkedIn dedicati esclusivamente al racconto di chi siamo come professionisti. C’è tutto quel che serve per raccontare la nostra identità lavorativa. Il secondo: l’approccio che le persone qui hanno verso i contenuti business. Questa piattaforma è un social, un ambiente digitale costruito per fare business. Chi entra in LinkedIn sa che si parla di lavoro o di argomenti legati all’ambito professionale. Di conseguenza, l’attenzione verso i contenuti business è completamente diversa rispetto a quella che si ha frequentando altri social.
Io uso spesso una metafora che mette LinkedIn in relazione con Facebook: se il social di Zuckerberg è il bar sotto casa dove ci si ritrova con gli amici per rilassarsi e fare due chiacchiere davanti a un aperitivo, LinkedIn è il workshop dove vai per approfondire tematiche relative alla tua sfera professionale. Siamo sempre noi, ma abbiamo atteggiamenti e predisposizione verso i contenuti completamente diversi.

 

LinkedIn è uno strumento utilissimo anche per le aziende. Ammettiamo che io sia il direttore marketing di una società, mi daresti qualche consiglio per sfruttare al meglio le potenzialità di questo social?
Certo! Te ne do tre. Primo: costruisci e cura la presenza sul social della tua azienda attraverso contenuti che servano ai tuoi potenziali clienti. 8 volte su 10 le decisioni in merito a un fornitore vengono prese ancor prima che vi sia un qualsiasi contatto tra le parti. Quindi, è indispensabile esserci e operare nel giusto modo, per influenzare a proprio vantaggio queste scelte, dove è possibile.
Secondo: forma i tuoi dipendenti all’uso della piattaforma. In LinkedIn, profilo personale e azienda sono legati a doppio filo. Basta vedere come è strutturato il social per comprenderlo. I dipendenti, la rete vendita sono veri e propri ambasciatori aziendali all’interno del social. Quindi è importante che, oltre alla pagina aziendale, anche i profili dei dipendenti siano tirati a lucido.
Terzo: coinvolgi i dipendenti nel tuo progetto di comunicazione digitale. LinkedIn ha rilasciato alcune app che aiutano in questo. Per esempio, è di pochi giorni fa il lancio di LookUp, e attualmente si sta lavorando all’implementazione di LinkedIn Elevate, un’app che consente di facilitare il processo di condivisione sui profili personali dei contenuti pubblicati sulla company page.
Considera, Alessandro, che alcuni studi hanno evidenziato addirittura questo: la credibilità di un’azienda che viene dai profili dei dipendenti è tre volte superiore rispetto a quella che emerge dai profili dei CEO. Da qui è evidente che, se stimolo i dipendenti a parlare dell’azienda in LinkedIn, non faccio altro che aumentare la reputazione online dell’azienda stessa.

 

Quali sono gli errori che vedi fare più spesso ai professionisti su LinkedIn?
Il padre di tutti gli errori è quello di considerare il proprio profilo come la versione digitale del proprio curriculum vitae. Ma LinkedIn è un social, un ambiente digitale dove poter costruire relazioni con altri professionisti o potenziali clienti.
Da qui, partendo da questo errato punto di vista, si arriva di norma a compiere altri due sbagli: ignorare completamente che esistono i Gruppi – veri luoghi di aggregazione attorno a specifiche tematiche – e avere profili scarni, che non riportano dettagli e che perciò non fanno capire quello che potenzialmente possiamo avere in più rispetto agli altri o, come dicono gli Americani , “what you bring to the table”.

 

E quali sono invece gli errori che fanno le aziende?
Il primo è non esserci per nulla. Il secondo è figlio della mentalità che descrivevo prima. LinkedIn non è una bacheca dove appiccichi il tuo annuncio. LinkedIn è invece un luogo dove devi costruire relazioni, valore, dove devi portare soluzioni affinché le persone possano un giorno decidere che la tua azienda fa al caso loro e sceglierti.

 

Parliamo di LinkedIn Pulse, il blog di LinkedIn. È un valido strumento per ottenere visibilità? Qualche consiglio per usarlo al meglio?
Io ho avuto la fortuna di essere tra i primi a cui è stata data l’opportunità di utilizzarlo. È un portento. In poco più di un anno che lo uso ti posso dire che, grazie a questo strumento, ho visto esponenzialmente aumentare le mie opportunità professionali. È la chiusura di un cerchio di strumenti che fanno di LinkedIn la piattaforma ideale per il personal branding.
L’importante è però che venga adoperato per quello che è: una piattaforma di blogging interna al social. Quindi il mio consiglio è questo: è un blog, va usato come un blog. I contenuti vanno pubblicati per intero in Pulse. Pensare di utilizzare scorciatoie, pubblicando intro e poi spingendo il lettore a continuare la lettura del post cliccando il link che porta al nostro blog è un grave errore. Non funziona. Chi è in LinkedIn vuol restare in LinkedIn. Se chi è nei miei contatti riceve la notifica che ho pubblicato in Pulse – questo è un altro dei grossi vantaggi della piattaforma –, si aspetta di trovare quel che cerca rimanendo in Pulse. Se invece, dopo qualche riga, gli presento un link dicendogli che, se vuol continuare a leggere i contenuti, deve pagare il pedaggio del click, io lo perdo. Perdendo oltretutto i commenti, le condivisioni interne e i consigli che su LinkedIn hanno ben altro valore rispetto al semplice like di Facebook.
Ho fatto dei test usando le due diverse tattiche di pubblicazione per un paio di mesi. Il risultato è stato impietoso. Non c’è paragone in numero di visualizzazioni-letture, in condivisioni e in commenti, e quindi in richieste di contatto, follower e opportunità. Ho notato come le persone siano più propense a commentare in Pulse rispetto a un blog. Come se in Pulse e LinkedIn, trovandosi a loro agio in un ambiente che conoscono, fossero più portate a sentirsi libere di esprimere la propria opinione.

 

Sganciamoci da LinkedIn e parliamo di web in generale. Negli ultimi tempi, sta circolando sempre più spesso un’espressione: personal branding. Puoi spiegarci di che si tratta e perché dovrebbe interessarci?
Il personal branding parte dal presupposto che il nostro nome e la nostra persona siano considerati come dei veri e propri brand, il cui valore va quindi costruito e comunicato proprio con le medesime logiche e metriche di un brand aziendale.
La maggior parte delle persone, erroneamente, ritiene che concetti come comunicazione, brand, branding siano esclusivamente legati appunto alla dimensione aziendale, non considerando invece che – nolenti o volenti – ognuno di noi, dal momento in cui mette piede su questo mondo, è soggetto alle medesime regole.
Il personal branding è appunto quell’insieme di attività volte a far crescere il valore percepito della persona, quell’insieme di attività necessarie per promuoversi come professionista (e non).
Detto questo, è evidente che a ognuno di noi dovrebbe interessare perlomeno un minimo il fare bene personal branding. Perché, che tu faccia l’attore, l’avvocato, il marketer o un qualsiasi lavoro da dipendente, oramai la capacità di comunicare se stessi è alla base di avanzamenti di carriera e di successi professionali.

 

Qualche consiglio al volo per cominciare già da subito a curare la nostra web reputation?
Ne voglio dare uno tanto banale quanto fondamentale: smettere di considerare i canali social come una terra di mezzo dove non esiste la responsabilità per le parole che si dicono (scrivono) o per le azioni che si compiono. In un’era in cui la nostra esposizione digitale è di gran lunga superiore a quella analogica – in termini di numero di persone con le quali veniamo in contatto –, rendersi conto di quanto ho appena detto è il primo passo verso la consapevolezza della portata e dell’importanza degli ambienti digitali – in negativo e in positivo –, e di conseguenza verso l’attuazione di un buon personal branding.

 

Così come succede per LinkedIn, allo stesso modo la web reputation non è qualcosa di limitato alle persone, ma interessa anche le aziende. Avresti qualche suggerimento da girare alle società per migliorare la loro immagine sul web?
In un Paese dove, da un’indagine de Il Sole 24 Ore fatta a marzo di quest’anno, è emerso che circa il 60% delle società italiane quotate in borsa sono sprovviste di un sito web aziendale responsive, ci sarebbe da scrivere molto.
L’imprenditore deve da subito cambiare punto di vista. Deve cominciare a mettersi nei panni dei suoi clienti o perlomeno cominciare a ragionare assumendo l’ottica dei suoi consumatori. Una volta fatto questo, gli sarà più semplice fare scelte corrette quando poi torna a indossare i panni dell’imprenditore.
In Italia ci sono 27 milioni di Italiani iscritti a Facebook, più di 8 milioni di professionisti e manager in LinkedIn, oltre il 40% della popolazione fa un uso abituale del web e, nonostante questi dati, almeno una volta la settimana mi sento dire dalle aziende: “Ah, ma i miei clienti non stanno sul web”. Infatti è corretto. Sono o saranno tutti clienti di qualcun altro, se le aziende non si svegliano.

 

Siamo in chiusura. Quali sono i tuoi progetti a breve termine? E quelli sul lungo periodo?
Ne ho due. Il primo è consolidare e rafforzare il mio “marchio personale” come formatore LinkedIn e come digital strategist per professionisti e aziende in ambito B2B – ho delle novità per LinkedIn che tra poco vedranno la luce.
Il secondo invece è un sogno che ho lì da un po’. L’ho a lungo rimandato, ma ho deciso che è arrivato il momento di coronarlo: portare a termine il mio primo triathlon olimpico entro l’inizio dell’estate 2016. Ho nove mesi per prepararmi. Ce la farò. Adoro le sfide!

 

Ringrazio Mirko Saini per il tempo che è riuscito a dedicarmi, strappandolo ai suoi numerosi impegni. Oltre ai riferimenti che vi ho già dato, potete continuare a seguirlo anche su Twitter oppure su Facebook.

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